Appunti 2020 – 2024

Annotazioni, frammenti, scritti, scatti, raccolta, memoria personale.

Marettimo (2024)

Marettimo (TP), 20 luglio 2024

Peppuccio, uno degli indigeni di questa montagna gettata nel blu, racconta dei suoi compaesani. Narra aneddoti di epoche antiche e recenti per descriverne l’a loro ‘abilità nel pilotare qualsiasi natante, aliscafi compresi.
«Quelli di Marettimo escono dal porto anche quando gli altri restano a terra, scantàti».
Perché gli abitanti di Marettimo sono in grado di cavalcare anche le onde forza nove, alte quanto le case. Perché loro in mezzo al mare ci sono nati e cresciuti.
«Qui le persone sono “infarinate” col mare».

 

Haiku invernale (2023)

Fotografia di una roccia

Cefalù (PA), 27 dicembre 2023

Da poco ha smesso di piovere
Foglie cadute, rocce umide
Spunta il sole.

 

On the road (2023)

Per una serie di vicissitudini stamattina alle 10:30 ero a Cà Dè Fabbri, una frazione di campagna alle porte di Bologna.
Solo, senza un mezzo di locomozione, con la necessità di andare a Ferrara e con l’unico autobus disponibile dopo due ore.
I chilometri che mi separavano dalla destinazione (casa) erano una quarantina.
C’era il sole: una bellissima giornata invernale, limpida e nemmeno troppo rigida.
Ho deciso di incamminarmi a piedi.
Per ingannare l’attesa avrei fatto una passeggiata e sarei arrivato alla fermata successiva dell’autobus. O anche oltre, volendo. Mancavano due ore al bus successivo e non mi andava di stare fermo in mezzo ai campi a non fare niente. Così mi sono incamminato.
Poi un’idea.
E se facessi l’autostop?
Non so da quanto non tiravo fuori il pollice per chiedere un passaggio. Mi ricordo di un viaggio in Croazia nei primi 2000; o della mattina in cui cercai di tornare verso Rishikesh dal Kumbh Mela di Haridwar, in India, nel 2010; oppure mi viene in mente il ritorno dalla 48 ore di Goa Gil, tra i boschi al confine tra Germania e Polonia, nel 2012 se non ricordo male. Comunque è da un po’ che non faccio l’autostop. 
Chissà se è un’usanza ancora in voga, mi chiedevo, ma tant’è: tentar non nuoce.
Metto la mano a forma di “like”, bene in vista, e pochissime macchine dopo, passati neanche due minuti, si ferma un giovane sui venticinque anni.
Accosta, mi chiede dove debba andare.
Dico “Ferrara”, e lui mi risponde che sarebbe arrivato soltanto a Minerbio, 5-6 km più in là, ma comunque nella direzione giusta.
Salgo in macchina. 
Per prima cosa mi chiede se ho avuto problemi con la mia auto, ma gli spiego che non è quello il motivo per cui sto chiedendo passaggi. Da lì parte una piccola digressione sul fare l’autostop: di come in Italia non sia ormai più tanto comune, ma in altri posti si… In Nuova Zelanda o in Patagonia per esempio, mi racconta. Nei 5 minuti che passiamo insieme in macchina riusciamo a fare una piacevole conversazione. Lui sta andando a fare un aperitivo e poi un pranzo con amici. E’ tornato da poco da vari viaggi: Marocco, Nepal. Ci sono stato anche io in quei posti, e ci mettiamo a parlare del Nepal, delle sue montagne, di trekking sull’Annapurna. E poi poco altro, perché siamo già arrivati a Minerbio.
Mi lascia in piazza.
Mancano ancora circa 30km a destinazione.
Attraverso il paesino, riprendo la strada provinciale verso Ferrara e tiro di nuovo fuori il pollice.
Stavolta è più complicato.
Non si ferma nessuno.
Qualcuno fa un cenno, segnalando che girerà di lì a poco.
Poi si ferma una bella macchina, pulitissima.
Dentro due fratelli di origine est-europea. Musica napoletana a palla, neomelodico a volumi da far male le orecchie.
Dopo il rito del “dove devi andare?” e l’accordo su dove possono lasciarmi, si parte. Mi porteranno fino a Malalbergo, una quindicina di km più in là.
Lungo il tragitto parlano tra di loro, ma non capisco niente.
Poi uno abbassa la musica e mi dice: “Scusaci se parliamo nella nostra lingua”. “Figuratevi!” 🙂
Dopo mi spiega che il fratello non può vivere senza musica, e ridiamo tutti e tre sulle note dei cantanti partenopei che continuano a far vibrare l’abitacolo.
Infine arriviamo a Malalbergo, e prima di lasciarmi il guidatore, l’amante della musica che fino ad allora era stato in silenzio, mi chiede come mi chiamo, e poi mi dice che lui si chiama Pietro. Infine si raccomanda: “Se domani succede a te di incontrare qualcuno che chiede passaggi, fai come me!”. Lo rassicuro che così sarà, ringrazio, saluto e proseguo.
Sono a circa 15 chilometri da Ferrara.
Le cose sembrano andare bene.
Cammino verso l’uscita del paese, imbocco la Porrettana, e via di pollicione.
Stavolta però le macchine sfrecciano e nessuno sembra curarsi della mia presenza a bordo strada. Cammino.
Passano i minuti, le macchine, i chilometri. 
Niente.
Nessuno che si ferma.
Una pattuglia dei Carabinieri, accosta.
Chiedono con fare indagatorio, al solito. Spiego i motivi del mio chiedere passaggi, si assicurano che non abbia bisogno di particolare aiuto, mi augurano buona giornata e proseguono il loro giro di pattuglia.
Arrivo nei pressi di una pompa di benzina. Da quel punto in poi è più difficile chiedere passaggi, ed è anche più pericoloso. La strada diventa un lunghissimo rettilineo, con poco spazio ai lati per camminare, le carreggiate strette e le macchine che sfrecciano.
Una vecchia Panda 4×4 sta uscendo dalla pompa di benzina. 
Non faccio in tempo a tirare la mano fuori dalla tasca che il guidatore mi fa segno di andargli incontro.
Mi avvicino di corsa.
Non credo ai miei occhi: è J., un vecchio amico dei tempi dell’università. Saranno 15 anni che non ci vediamo, ma ci riconosciamo al volo. “Ciao Giuseppe! Che ci fai qui?”. Spiego il tutto, ci facciamo due risate e proseguiamo verso Ferrara. Anche lui non riuscirà a portarmi fino a destinazione, ma mi lascerà a circa 10 km da casa.
Parliamo un po’ di come ci va la vita, aggiornandoci sulle nostre esistenze. Lui lavora come operatore ecologico, ma vorrebbe avere più tempo libero. Mi ricordo che era un appassionato di musica ska. Sono contento di averlo incontrato. Infine mi lascia a San Martino. Da lì lui deve andare a fare un po’ di spesa per il pranzo. Ci salutiamo calorosamente e proseguo.
La strada è rettilinea, le auto corrono.
Pollice fuori, ma nessuno si ferma.
Il cartello indica che mancano 8 km a destinazione. Potrei farcela anche a piedi, senza altri passaggi, ma la stanchezza si inizia a far sentire. Ho anche sete.
Insisto.
Infine una macchina si ferma, accostando un po’ più avanti rispetto a dove sono. Le corro dietro, sperando che non riparta.
Dal finestrino si sporge il passeggero mi dice “Ciao! Dove vai?”. 
“Ferrara!?!”
“Ok, ok. Sali.” 
Sono 3 ragazzoni di origine africana. La macchina è tutta scassata. Devo fare il giro per entrare, la portiera non funziona. Entro, sorrido, ringrazio, ci mettiamo in moto. Parlano tra loro in una lingua sconosciuta. Dalla conversazione iniziale mi è parso di capire che sanno poco l’italiano. Poi però il giovane seduto accanto a me si volta e mi chiede se sono di Ferrara. Racconto delle mie origini siciliane e della mia cittadinanza adottiva ferrarese. Mi chiede se mi piace Ferrara. “Si, molto”. 
Anche a lui. Mi dice che ci ha vissuto per un po’, poi si è trasferito a Budrio, ma ora vuole tornare a vivere a Ferrara. La cosa complicata è che ci sono poche case in affitto. Nel frattempo mantiene i contatti con le persone che ha ancora a Ferrara. Parenti e amici con cui trascorrerà questa domenica.
Siamo ormai alle porte della città. Uno dei tre mi chiede dove voglio essere lasciato. Qualsiasi punto vicino al centro storico sarebbe perfetto. “Stazione?” 
Ho lasciato la bici lì la sera prima, prima di prendere il treno per Bologna. 
In stazione va benissimo.
Ed è lì che mi lasciano. 
Ringrazio, ci salutiamo con grossi sorrisi.
Prendo la mia bici dalla affollata rastrelliera della stazione. L’ultimo pezzo di strada verso casa lo faccio pedalando.
Infine arrivo.
In totale ci ho messo 2 ore, il tempo che avrei dovuto aspettare per prendere l’autobus, che poi avrebbe impiegato altri 45 minuti per portarmi a casa, tra una fermata e l’altra.
E invece in queste due ore ho incontrato 6 sconosciuti, con cui ho fatto piacevoli chiacchierate; ho rivisto un amico che non vedevo da tanto; ho fatto una lunga passeggiata al sole, costeggiando argini, campi, canali, stagni, cascine, paesini…
A voler trovare una morale in questa mattinata, si potrebbe riflettere su chi si è fermato e chi no, ipotizzando motivazioni e facendo generalizzazioni, ma non mi va.
Sono grato alle persone che mi hanno dato un passaggio.

Immagine di copertina:
General notes: — Near Newhall Pass (Ridge Route of Hwy 99) in Sylmar, at the Santa Susana Mountains in the northern San Fernando Valley, Los Angeles, California (1940). Partridge, Rondal, 1917-, Photographer (NARA record: 8464464) – U.S. National Archives and Records Administration
Public DomainFile:San Fernando, California. Hitch-hiking. This Civilian Conservation Corps boy is returning to camp about thirty miles… – NARA – 532088.tifCreated: 28 April 1940date QS:P571,+1940-04-28T00:00:00Z/11

Vediamoci! (2023)

Sarebbe bello
se ti dicessi “Vediamoci!”
non perché abbia voglia di parlare,
ma di ascoltare.

 

Lockdown (2023)

Frugo nella scatola dei ricordi e trovo dei foglietti risalenti alla primavera del 2020.

Sono i punteggi di tante, tantissime partite a carte.
Scopa, Machiavelli, briscola, sette e mezzo, rubamazzo, scala quaranta, asso piglia tutto…
A giocare eravamo io e la mia compagna, durante le lunghe giornate di clausura causa Covid.
Ci sentivamo un po’ come un’anziana coppia il cui intero universo si è ridotto allo spazio di poche stanze, in una piccola casa. Nonostante la dimensione – a volte claustrofobica – di questo confinamento, eravamo riusciti a trovare qualcosa di simpatico da fare, insieme, per passare il tempo serenamente. Per prenderci un po’ cura l’uno dell’altra, e viceversa.
Abbiamo giocato.
Nonostante la paura, l’incertezza, la malattia, la morte.
Nonostante tutto, giocavamo.
E alla fine è stato un assaggio di vecchiaia per certi versi piacevole.

 

Quando risplendi (2023)

Quando risplendi, risplendi,
e quella luce lo so
che è sempre dentro di te,
ma a volte è coperta
e faccio fatica a ricordare
che quello che vedo in superficie
è lo sporco poggiato
sopra al diamante che sei.
Come me, anche tu
non brilli sempre, è normale,
ma lì sotto,
quando riusciamo ad esserci,
c’è meraviglia e splendore.
Ricordiamocelo, nella confusione.

Nonna Alba (2022)

Il 4 luglio del 2017 ti chiesi secondo te quali sono le cose più importanti che avrei dovuto cercare di ricordare, sempre…
“Sii sempre te stesso. Non ti dimenticare mai chi sei. Ricordati di come i tuoi genitori ti hanno fatto. Non essere falso, non mentire mai, e non mentire mai a te stesso.”
Questa fu la tua risposta.
Poi mi parlasti anche d’altro. Di bugie bianche e bugie nere, di come subito dopo una bugia arriva sempre la verità, e di quella che secondo te è la qualità più importante da cercare in una donna: la dolcezza.
Ti ho ri-sintonizzato il canale televisivo che guardavi più assiduamente: TV2000. Trasmettono le funzioni religiose, la prima alle 6 del mattino.
Il giorno dopo mia cugina mi ha accompagnato alla stazione di Foggia, per ri-prendere il treno verso Ferrara. In macchina corre, su una strada piena di buche, ma so che arriveremo sani e salvi. E avremo anche il tempo di fare una seconda colazione insieme. In valigia ho delle pesche gialle, le percoche. Ma queste sono diverse dalle altre. Oltre alla valigia ho un altro pacco. Me lo ha dato mia zia. È pieno di barattoli. Sono pieni d’amore e di altre cose buone. Porto tutto a casa con me, e me ne nutrirò poco a poco.
Come dei tuoi ricordi.

18-4-1929 / 5-11-2022

 

V. (2022)

Quando eravamo adolescenti
mi hai fatto scoprire i piaceri del sesso.
Folgorato.
Estasiato.
Diciassettenne.

Dopo qualche mese
mi hai lasciato,
brutalmente.

Allora ho imparato qualcosa in più sul dolore,
e di come un fuoco intenso
ci mette molto tempo per spegnersi del tutto,
covando brace sotto la cenere.

Ci siamo persi, ritrovati,
pizzicati, forse amati,
e poi ti ho lasciata io,
brutalmente,
per pareggiare i conti.

Poi per un po’ abbiamo deposto le armi
e sono diventato
la tua influenza stagionale,
per lo più d’estate.

In tutto questo frattempo siamo diventati amici.

Mi hai conosciuto bene, e poi un po’ meno.
Forse anche io ti ho conosciuta bene,
almeno per un po’,
anche se non ti andava di parlarne.

Preferivi stuzzicarmi,
tra una sigaretta e l’altra,
con un sorriso grande grande,
e due occhi come fari.

Ero il tuo regista preferito,
me lo dicevi spesso,
anche prima che avessi fatto un film.
Hai creduto in me come pochi e poche hanno fatto,
sia prima che dopo di te.
E hai accarezzato il mio ego
in tanti momenti
in cui pensavo ne avessi bisogno.

Negli ultimi tempi eravamo un po’ più distanti,
ma mai del tutto separati.
“Indivisibili,
come atomi,
nell’universo…”
diceva una delle nostre canzoni.

Dopo,
un preoccupante allarme rientrato,
un difficile scambio di messaggi,
un periodo di sollievo,
e poi silenzio, o giusto qualche frase.

Poi la speranza che fosse tutto passato,
e poi un singhiozzo.

Te ne sei andata in fretta,
appena dopo che il mondo aveva ripreso
a mettere il naso fuori di casa.
Avevo da poco provato a farti gli auguri di compleanno,
ma non mi hai mai risposto.

Forse invece che un saluto malato
hai preferito lasciarmi tutti gli altri ricordi.

Forse volevi il controllo almeno su questo,
mentre tutto il resto si ribellava alle tue ragioni.

O forse avevi altro a cui pensare.

Mi piace pensare che,
come mi avevi detto una volta,
nei momenti difficili,
ti immaginavi di stare di nuovo tra le braccia
delle persone a cui hai voluto bene,
che ti hanno voluto bene.

Ora di certo so
che finché ci sarò,
di tanto in tanto penserò a te,
con tanto affetto,
V.

“Questa è…
la canzone che…”
Faceva così.

La capretta di Stromboli (2020)

Stromboli, 17.07.2020

Preso possesso insieme ad M. di una graziosa casetta bianca con le porte viola, ci dirigemmo a piedi verso una delle tipiche spiagge di sabbia nera dell’isola. “Spiaggia Lunga” per l’esattezza, anche se la lunghezza è proporzionata alle dimensioni dell’isola, per cui di fatti è una spiaggetta.
Poco dopo il nostro arrivo l’attenzione del gruppo di umani spiaggiati viene monopolizzata da un piccolo gregge di capre.
Inizialmente abbarbicate su di un costone roccioso appena sopra la battigia, le carpette vengono di colpo messe in fuga dall’arrivo di un cane e dal suo abbaiare insistente. Seguono, da parte delle agili capre, varie evoluzioni acrobatiche, che da un sentiero appena battuto le portano a disperdersi tra le rocce nere a strapiombo sul mare. Il cane è confuso e forse umiliato per l’ingenuità del suo attacco, maldestro e nemmeno troppo convinto. Tutte le capre, belanti prendono in fretta la via di fuga, anche se forse non era nemmeno così necessaria. Probabilmente il cane voleva soltanto giocare, a modo suo, ma chi può dirlo?
In breve le capre sono in salvo, trotterellano su un sentiero più in alto sul costone del vulcano, a distanza di sicurezza, lontane dal cane. Tutte, tranne una.
Una capretta, molto più piccola del cane, invece di saltare sui massi e imboccare con le altre la via di fuga, si è tuffata in mare. Chissà come mai, forse confusa, forse più impaurita delle altre perché piccola. E’ isolata, in acqua, e non solo: è proprio con lei che il cane se la sta prendendo. La preda rimasta isolata dal resto del branco: la preda ideale, come insegnano i documentari su leoni e gazzelle, o su ghepardi e gnu.
Il cane, ora più vicino e riconoscibile, è un cane ben poco selvatico. Un bracco da caccia a pelo corto, con il manto marrone scuro pulito e brillante, collare e targhetta di riconoscimento. Ma malgrado le sue origini domestiche, il cane continua ad abbaiare in direzione della capretta finita in acqua.
La prima curiosità degli umani presenti sulla spiaggia immagino sia stata in merito alle capacità natatorie delle capre. Sembrava che tutti si stessero domandando la stessa cosa, con un certo grado di apprensione. Le capre sanno nuotare? 
Sì, o almeno, quel piccolo esemplare sì.
Sapeva nuotare, e in breve si stava allontanando dalla riva, verso il mare aperto. Anche il cane presumibilmente era in grado di nuotare – a cane ovviamente – ma non sembrava interessato a tuffarsi all’inseguimento. Rimaneva sugli scogli ad abbaiare, scodinzolando.
Sulla spiaggia, tra gli umani spettatori e spettatrici di quella scena bucolica, sembrò insinuarsi una nuova preoccupazione. Si sentiva serpeggiare una domanda: la capretta sarà in grado di tornare a riva e di ricongiungersi con il suo gregge?
Stavolta la risposta pareva essere più incerta, ed impaurita dall’insistente abbaiare del cane, la capretta guadagnava sempre di più il largo…
Tra gli umani sorse così il dubbio che la capretta avesse bisogno di essere salvata da qualcuno.
Ma chi si sarebbe lanciato in mare per salvare la capretta? 
Presto detto.
Un atletico umano sulla quarantina, il capello biondo, lungo e arruffato dal sale, la pelle bruciata dal sole, lo slip aderente, guadagna la scena. Facendosi largo tra l’apprensione generale, si tuffa, platealmente.
Va incontro alla capretta incedendo a stile “delfino”, macinando metri d’acqua con ampie e teatrali bracciate.
Il virile salvatore di caprette ha un nome: Gianni.
Da più parti sulla spiaggia si levano cori di apprezzamento per l’eroico gesto, peraltro eseguito con impeccabile maestria ginnica. Malgrado i suoi sforzi però, Gianni non riesce a raggiungere la capretta. Troppo distante e molto veloce malgrado le piccole dimensioni.
E in breve la capretta cambia rotta, e punta una riva distante ed inaccessibile. Semina Gianni e approda sulla terraferma. Spicca leggiadra qualche salto sugli scogli lavici e imbocca il sentiero in direzione delle sue compagne di gregge.
Nel frattempo il cane ha completamente perso interesse nei confronti della potenziale preda, e se ne torna trotterellando dai suoi padroni. Anche il pubblico umano ha perso progressivamente interesse nei confronti del destino della capretta.
Gianni riemerge dall’acqua senza applausi.
Tutti tornarono verso i loro asciugamani, riprendendo conversazioni, telefonini, letture o partite a scopa.
Io – come qualcun altro – optai per un bagno.
Acqua limpidissima, temperatura perfetta, fondali meravigliosi, pesci multicolori e meduse. Tantissime meduse.
Nonostante questo il tutto è comunque dannatamente bello e suggestivo, in particolare per un dettaglio. Il colore del fondale: nero, come le colate di lava sputate dal vulcano. Questo colore scuro era in grado di creare un incredibile contrasto cromatico con i toni blu dell’acqua e con le vivaci e splendenti livree della fauna sottomarina. Come essere immersi in un acquario.
Riemergendo, in spiaggia il vociare era tornato ad essere una frequenza mischiata al respiro del mare.
Di tanto in tanto lo scampanellio dolce di un pendaglio sonoro appeso ad una trave in legno in uno dei terrazzini delle casette bianche che davano sulla baia. Il vento ne muoveva delicatamente le cannule metalliche e il tintinnio riverberava tutto intorno.
Tutto era tornato a scorrere placidamente, mentre il sole si tuffava in acqua.
Quella notte sognai il pastore delle caprette. 

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