La capretta di Stromboli

Stromboli, 17.07.2020.

Preso possesso insieme ad M. di una graziosa casetta bianca con le porte viola, ci dirigemmo a piedi verso una delle tipiche spiagge di sabbia nera dell’isola. “Spiaggia Lunga” per l’esattezza, anche se la lunghezza è proporzionata alle dimensioni dell’isola, per cui di fatti è una spiaggetta.

Poco dopo il nostro arrivo l’attenzione del gruppo di umani spiaggiati viene monopolizzata da un piccolo gregge di capre.

Inizialmente abbarbicate su di un costone roccioso appena sopra la battigia, le carpette vengono di colpo messe in fuga dall’arrivo di un cane e dal suo abbaiare insistente. Seguono, da parte delle agili capre, varie evoluzioni acrobatiche, che da un sentiero appena battuto le portano a disperdersi tra le rocce nere a strapiombo sul mare. Il cane è confuso e forse umiliato per l’ingenuità del suo attacco, maldestro e nemmeno troppo convinto. Tutte le capre, belanti prendono in fretta la via di fuga, anche se forse non era nemmeno così necessaria. Probabilmente il cane voleva soltanto giocare, a modo suo, ma chi può dirlo?

In breve le capre sono in salvo, trotterellano su un sentiero più in alto sul costone del vulcano, a distanza di sicurezza, lontane dal cane. Tutte, tranne una.

Una capretta, molto più piccola del cane, invece di saltare sui massi e imboccare con le altre la via di fuga, si è tuffata in mare. Chissà come mai, forse confusa, forse più impaurita delle altre perché piccola. E’ isolata, in acqua, e non solo: è proprio con lei che il cane se la sta prendendo. La preda rimasta isolata dal resto del branco: la preda ideale, come insegnano i documentari su leoni e gazzelle, o su ghepardi e gnu.

Il cane, ora più vicino e riconoscibile, è un cane ben poco selvatico. Un bracco da caccia a pelo corto, con il manto marrone scuro pulito e brillante, collare e targhetta di riconoscimento. Ma malgrado le sue origini domestiche, il cane continua ad abbaiare in direzione della capretta finita in acqua.

La prima curiosità degli umani presenti sulla spiaggia immagino sia stata in merito alle capacità natatorie delle capre. Sembrava che tutti si stessero domandando la stessa cosa, con un certo grado di apprensione. Le capre sanno nuotare? 

Sì, o almeno, quel piccolo esemplare sì.

Sapeva nuotare, e in breve si stava allontanando dalla riva, verso il mare aperto. Anche il cane presumibilmente era in grado di nuotare – a cane ovviamente – ma non sembrava interessato a tuffarsi all’inseguimento. Rimaneva sugli scogli ad abbaiare, scodinzolando.

Sulla spiaggia, tra gli umani spettatori e spettatrici di quella scena bucolica, sembrò insinuarsi una nuova preoccupazione. Si sentiva serpeggiare una domanda: la capretta sarà in grado di tornare a riva e di ricongiungersi con il suo gregge?

Stavolta la risposta pareva essere più incerta, ed impaurita dall’insistente abbaiare del cane, la capretta guadagnava sempre di più il largo…

Tra gli umani sorse così il dubbio che la capretta avesse bisogno di essere salvata da qualcuno.

Ma chi si sarebbe lanciato in mare per salvare la capretta? 

Presto detto.

Un atletico umano sulla quarantina, il capello biondo, lungo e arruffato dal sale, la pelle bruciata dal sole, lo slip aderente, guadagna la scena. Facendosi largo tra l’apprensione generale, si tuffa, platealmente.

Va incontro alla capretta incedendo a stile “delfino”, macinando metri d’acqua con ampie e teatrali bracciate.

Il virile salvatore di caprette ha un nome: Gianni.

Da più parti sulla spiaggia si levano cori di apprezzamento per l’eroico gesto, peraltro eseguito con impeccabile maestria ginnica. Malgrado i suoi sforzi però, Gianni non riesce a raggiungere la capretta. Troppo distante e molto veloce malgrado le piccole dimensioni.

E in breve la capretta cambia rotta, e punta una riva distante ed inaccessibile. Semina Gianni e approda sulla terraferma. Spicca leggiadra qualche salto sugli scogli lavici e imbocca il sentiero in direzione delle sue compagne di gregge.

Nel frattempo il cane ha completamente perso interesse nei confronti della potenziale preda, e se ne torna trotterellando dai suoi padroni. Anche il pubblico umano ha perso progressivamente interesse nei confronti del destino della capretta.

Gianni riemerge dall’acqua senza applausi.

Tutti tornarono verso i loro asciugamani, riprendendo conversazioni, telefonini, letture o partite a scopa.

Io – come qualcun altro – optai per un bagno.

Acqua limpidissima, temperatura perfetta, fondali meravigliosi, pesci multicolori e meduse. Tantissime meduse.

Nonostante questo il tutto è comunque dannatamente bello e suggestivo, in particolare per un dettaglio. Il colore del fondale: nero, come le colate di lava sputate dal vulcano. Questo colore scuro era in grado di creare un incredibile contrasto cromatico con i toni blu dell’acqua e con le vivaci e splendenti livree della fauna sottomarina. Sembrava di essere immersi in un acquario.

Quando riemersi, sulla spiaggia il vociare era tornato ad essere una frequenza mischiata al respiro del mare.

Di tanto in tanto emergeva lo scampanellio dolce di un pendaglio sonoro appeso ad una trave in legno in uno dei terrazzini delle casette bianche che davano sulla baia. Il vento ne muoveva delicatamente le cannule metalliche e il tintinnio riverberava tutto intorno.

Tutto era tornato a scorrere placidamente, mentre il sole si tuffava in acqua.

Quella notte sognai il pastore delle caprette. 

bty
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